Amo
Un dolore improvviso mi spinge a portarmi le mani alla gola, sento la voce della mamma che parla alla figlia:
"Aspetta...forse si sarà impigliato in qualche ramo..."
Come una bambina sia riuscita a fare un lancio così lungo rimarrà un mistero, nel frattempo sento il dolore cresce. Un liquido denso e caldo mi riempie le mani, mentre ascolto provenire dalla mia sinistra un'incitazione: "Tira....più forte."
Non me ne accorgo nemmeno ma pian piano mi accascio al suolo e guardo dritta davanti a me, le mie amiche sono lì davanti e mi danno le spalle, ma poi quella che è rimasta più indietro, la più giovane, si volta e mi guarda. Io apro la bocca per poter parlare, mi accorgo che non posso farlo, e ben presto il mio boccheggiare come un pesce non è un tentativo di comunicazione, ma la voglia disperata di ossigeno. La mia amica rimane lì, impietrita senza fare un passo, senza comprendere continuando a chiedermi: "Cosa succede?".
Sento ancora la voce della madre che incita la figlia a strattonare più forte per recuperare l'amo, non guardano nemmeno dove si è impigliato. Vedo che l'altra mia amica che camminava qualche passo più avanti di me finalmente si volta, capisce, corre, mentre sento che perdo i sensi che non ho più la forza di tener le mani attorno alla gola, la mia pelle si apre e si lacera sotto il solco di quell'amo e la mia mente ripercorre storie passate.
Ero in auto, seduta dietro Alessandra che guidava all'impazzata. Avevo paura, le strade di montagna mi fanno sempre paura, soprattutto quando sul tuo fianco ci sono precipizi o quando le curve a gomito si aprono sul nulla. Le chiedo di rallentare, ma lei prima mi rassicura poi guida esattamente come prima. Ho paura, stringo forte il braccio della mia vicina e lui, seduto anch'egli sui sedili dietro, mi dice di starmene tranquilla.
"Non senti che le gomme sono lisce e non abbiamo presa sull'asfalto?"
"Sì, ma se frena è peggio" ribatte lui in tono pacato.
"Lo so, ma io non voglio che freni, voglio che vada piano."
Non ottengo nessuna risposta e all'approssimarsi della curva successiva stringo forte il braccio della mia vicina, chiudo gli occhi e nascondo la testa nell'incavo della sua spalla, ho paura e sento quasi che quel terrore si materializza all'altezza del petto con un dolore che non mi permette di respirare ed il rumore del mio cuore che diviene via via assordante.
Attorno al tavolo c'è lui, ha i capelli ricci e biondi, gli occhi verdi e la pelle chiara, sembra giovanissimo, ha sicuramente qualche anno meno di me. E poi c'è questo estraneo, sicuro di se, strafottente.
Il ragazzo biondo racconta allo sbruffone la nostra storia, non avrei voluto lo facesse, ma ormai era tardi.
Questo ragazzo mi guarda ma continua a sparare cazzate, allora gli chiedo di dove fosse originario, ma lui non risponde, allora cito un paesino piccolissimo di una vallata dove son stata un'unica volta, sempre accompagnata al mio amico riccio e biondo. E' stupefatto:
"Come fai a conoscerlo?"
Non rispondo e lui allora inizia a raccontare la sua storia: lui si veste da Krampus, con le corna enormi, tanto pelo, la coda ed il campanaccio.
Nel cortile la rincorro e la costringo a fermarsi e calmarsi, lei piange, allora la prendo per mano e andiamo in cerca di lui. Lo chiamo, lui si ferma, passo una mano attorno alla vita di lei che rimane alla mia sinistra, faccio la stessa cosa con lui. Lui si ritrae, ma infine cede, son uno davanti all'altro, pochi centimetri ed io che gli cingo i fianchi. Mi sollevo sulle punte dei piedi, mi avvicino all'orecchio di lui e sussurro qualcosa, non ricordo cosa, poi schiudo le labbra giocando a leccagli il lobo, solo pochi istanti e mi stacco.
"E' un gioco pericoloso" dice lui, un secondo prima di baciarmi.
Il mio abbraccio si scioglie, lei si siede ad un tavolino lì vicino e lui sta per andarsene.
"Non bere, non lo fare, stai perdendo."
Lui però non sente, le mie parole cadono nel vuoto, e allora mi siedo accanto a lei che piange piano ed in silenzio, le poggio una mano sulle spalle e le chiedo scusa: "Era l'unico modo."
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