Non aspetto nessuno
Fissavo un albero secco in un vaso mentre una lingua che non comprendevo mi faceva venir voglia di piangere. Il cuore pulsava forte, veloce, come se avessi salito con delle valige pesanti sei piani di scale, eppure ero seduta. Non ricordo le sedie della sala, non erano particolarmente scomode, ma nemmeno il contrario.
Mi porgono un foglio, sopra ci sono scritte delle parole, una dopo l'altra, le guardo, scuoto la testa: "tanto non capisco..." dico rassegnata mentre il cuore rallenta.
"E' in italiano..."
Mi chiedo che differenza faccia la lingua.
Non comprendo ormai nessuna lingua, neppure quella in cui sono nata. Ingoio i pensieri, guardo il povero albero e penso agli spiriti che a volte s'impossessano del corpo dei mortali, mi chiedo se lui sia vivo o se sto contemplando uno spirito. Povero albero, è palesemente un esemplare pregiato, chissà quale valore hanno le sue braccia contorte, ma è così brutto e solo e triste. Difficilmente lo vorrei in casa mia. Quell'albero mi provoca un sentimento penoso, lì affacciato a quella finestra e a quella spaventosa oscurità, cupa e umida più del solito, lo sento: vorrebbe uscire anche a costo di morire, perché morire di freddo o di paura è sempre meglio che una lampada al neon.
Ho desiderato una camera con un letto, un libro, poca luce, silenzio e una porta da poter chiudere. Per dei minuti interi ho desiderato solamente che tutti se ne uscissero dalla sala, che spegnessero le luci e lo lanciassero in pace, l'ho desiderato con così tanta forza da poter quasi condensare il pensiero in un oggetto materiale. Poi a tratti m'immaginavo seduta sotto l'albero in silenzio, un pensiero irreale e senza speranza di realtà, povero albero.
Un letto, un libro, poca luce e silenzio, la porta è chiusa: non aspetto nessuno.

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