Tatuaggi e pelle
Eravamo un gruppo di giovani, rinchiusi in uno spazio ameno. I confini non si vedevano, ma sapevamo che eravamo prigionieri, attorno a noi non c'erano anima viva, solo spazi ampi e vuoti. Ci muovevamo in gruppo cercano di cogliere indizi ovunque, nel bosco, nei magazzini abbandonati.
Circolano delle voci, dicono che non siamo i primi e che anche quelli prima di noi avevano il corpo tatuato.
Sí, i nostri corpi erano tutti tatuati, quasi completamente, con disegni dai colori accesi e dai motivi accattivanti, ricordo le spalle di quel ragazzo con un magnifico tatuaggio di un azzurro brillante: mai avrei pensato che la pelle potesse essere una tela così efficace.
Nell'aria c'era una sorta di paura, come se stessimo aspettando qualcuno. Alcuni di noi iniziarono davvero a prepararsi per l'arrivo di un ignoto nemico, raccattando in giro tutti gli strumenti e gli oggetti che potevano essere usati come armi.
Quando quel giorno arrivò ci accorgemmo però di non essere preparati, non abbastanza.
Arrivò da prima un nuovo gruppo di persone, come noi, tatuati, ma più giovani. Anche loro non sapevano nulla, ma anche loro covavano questa paura indecifrabile. E poi arrivarono i cacciatori. Ci cacciarono come animali ad uno ad uno, a nulla valse scappare, a nulla valse raggrupparsi, eravamo in trappola.
Ci scuoiarono per aver la nostra pelle, lo fecero con attenzione per non rovinare i disegni, ma non furono altrettanto gentili nel ammazzarci. Ma il fatto più tremendo di tutti era che il nuovo gruppo di tatuati non era nel mirino, loro li lasciarono stare, li lasciarono guardare. Nessuno mosse un dito, erano troppo spaventati anche solo per urlare un no, si rannicchiarono negli angoli del magazzino tappandosi le orecchie per non sentire le nostre grida, chiudendo gli occhi forte per non vedere.
Ricordo il volto insanguinato del mio compagno, le sue mani tese e il suo grido che mi dice fuggi, corri. Proprio in quel momento mi fermai, era inutile scappare, aspettai il mio assassino con rassegnazione ma nel mio cuore ripensai a quel pomeriggio che passai con il mio compagno cercando indizi sul nostro futuro, sul chi fossimo e sul perché stavamo dove stavamo. Ricordo il viaggio insieme, il sole sugli occhi ed il calore sulla pelle, ricordo la felicità che mi pervadeva, la consapevolezza che non sarebbe durata, ricordo l'amore non detto, sì, ci amavamo l'un l'altro, ci amavamo in modo uguale, in un modo muto che non so raccontare.
Sentii il coltello entrare nelle mie carni, a fondo e l'ultimo mio pensiero fu interrogarmi sul mio corpo, che amavo, con i suoi disegni e i suoi colori, e mi chiesi il perché di così tanto dolore.
Circolano delle voci, dicono che non siamo i primi e che anche quelli prima di noi avevano il corpo tatuato.
Sí, i nostri corpi erano tutti tatuati, quasi completamente, con disegni dai colori accesi e dai motivi accattivanti, ricordo le spalle di quel ragazzo con un magnifico tatuaggio di un azzurro brillante: mai avrei pensato che la pelle potesse essere una tela così efficace.
Nell'aria c'era una sorta di paura, come se stessimo aspettando qualcuno. Alcuni di noi iniziarono davvero a prepararsi per l'arrivo di un ignoto nemico, raccattando in giro tutti gli strumenti e gli oggetti che potevano essere usati come armi.
Quando quel giorno arrivò ci accorgemmo però di non essere preparati, non abbastanza.
Arrivò da prima un nuovo gruppo di persone, come noi, tatuati, ma più giovani. Anche loro non sapevano nulla, ma anche loro covavano questa paura indecifrabile. E poi arrivarono i cacciatori. Ci cacciarono come animali ad uno ad uno, a nulla valse scappare, a nulla valse raggrupparsi, eravamo in trappola.
Ci scuoiarono per aver la nostra pelle, lo fecero con attenzione per non rovinare i disegni, ma non furono altrettanto gentili nel ammazzarci. Ma il fatto più tremendo di tutti era che il nuovo gruppo di tatuati non era nel mirino, loro li lasciarono stare, li lasciarono guardare. Nessuno mosse un dito, erano troppo spaventati anche solo per urlare un no, si rannicchiarono negli angoli del magazzino tappandosi le orecchie per non sentire le nostre grida, chiudendo gli occhi forte per non vedere.
Ricordo il volto insanguinato del mio compagno, le sue mani tese e il suo grido che mi dice fuggi, corri. Proprio in quel momento mi fermai, era inutile scappare, aspettai il mio assassino con rassegnazione ma nel mio cuore ripensai a quel pomeriggio che passai con il mio compagno cercando indizi sul nostro futuro, sul chi fossimo e sul perché stavamo dove stavamo. Ricordo il viaggio insieme, il sole sugli occhi ed il calore sulla pelle, ricordo la felicità che mi pervadeva, la consapevolezza che non sarebbe durata, ricordo l'amore non detto, sì, ci amavamo l'un l'altro, ci amavamo in modo uguale, in un modo muto che non so raccontare.
Sentii il coltello entrare nelle mie carni, a fondo e l'ultimo mio pensiero fu interrogarmi sul mio corpo, che amavo, con i suoi disegni e i suoi colori, e mi chiesi il perché di così tanto dolore.
Commenti
Posta un commento