Incubi notturni e profezie che si autoadempiono

Eccomi di nuovo.

Sempre uguale a me stessa, con i difetti sempre integri, pronti a sgusciare fuori dall'ombra.
Non ce la faccio proprio a stare calma, non ce la faccio proprio ad aver pazienza.
Così da ormai tre mesi mi mangio le mani, come prima. Una scusa vale l'altra.
Sono riniziati gli incubi, i dubbi e sto per uccidere esattamente quel che non voglio perdere. Chissà quale strano meccanismo psicologico si attiva nella mia mente malata.

Voglio andare, questa è la prima realtà.
Per quanto non lo so.
Il dove non ha importanza.

Ho paura di quel che posso trovare, o ancora meglio: ho paura di chi posso trovare.
Un altro imprevisto, uno tsunami che poi ti incasina la vita e ci vogliono dai due ai tre anni per risistemarti l'equilibrio interiore.

Ho ancora il timore riverenziale di ciò che gli altri pensano di me, in primis i miei famigliari. Eppure è assurdo ormai è rimasto qualcuno che può pensare bene di me?
Ieri notte l'ho capito, non è questione di esperienze vissute, è questione di esser nata così. Quella metà di me indomabile e indomata è sempre lì, mi marchia indelebilmente ed è idiota cercare di cacciarla indietro e nasconderla come ai tempi della fanciullezza. No, quella parte è lì, ben visibile, e diciamolo: è la stessa che affascina, ferisce e fa paura, quella per cui vengo abbandonata o forse meglio dire quella per cui mi faccio abbandonare.

Se l'esperienza serve a qualcosa questo è il momento di non esser l'artefice di profezie che si autoadempiono.


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