Londra brucia
Sono con Ali nella spettacolare e da lei tanto amata Londra.
Con me questa volta c'è anche mio fratello che è particolarmente silenzioso e taciturno.
Saliamo su un bus che ci condurrà alla nostra meta, non colgo bene se si tratta di un viaggio di piacere o un viaggio di avanscoperta per ragioni di lavoro.
L'autobus si ferma, aspetto che Ali chieda informazioni all'autista su quale sia la nostra fermata, ma lei attende, mi lascia passare e dato che io sono sempre più intimorita mi sprona apertamente e mi invita con tono in realtà abbastanza imperativo a farmi avanti e a chiedere informazioni io stessa.
Mi sento ferita, sono impacciata, timorosa, ma poi sento che i due uomini parlano in realtà italiano, sono indubbiamente del sud Italia. Mi sento libera allora di chiedere informazioni ed in effetti la fermata è già la nostra.
Entro in una villa strana, saliamo al secondo piano, il pavimento in legno scricchiola sotto i nostri piedi, il rumore è alquanto angosciante. Le sale sono piene di persone, anzi a guardare meglio, sono piene di donne, belle ragazze, giovani, eleganti e anche altezzose. Mi sento molto inadeguata al luogo.
La sensazione di disagio e una conversazione con una delle ragazze più acide del mondo viene interrotta da un allarme, non un vero e proprio suono, ma come un segnale invisibile e muto che si accende nella mente di ognuno dei presenti. E' stato scoperto un cadavere proprio in una delle sale accanto a quella in cui mi trovo. Dobbiamo andarcene, scappare.
Mi ritrovo in un parcheggio enorme, pieno di auto, sterrato. Ha piovuto da poco, poggio i piedi nella fanghiglia, ma non ho tempo per preoccuparmi delle mie scarpe: devo trovare un bus per tornare indietro. C'è mio fratello con me, gli dico qualcosa forse per tranquilizzarlo, ma lui è lontano, sembra che non mi ascolti oppure è che le mie paure sono solamente mie, lui invece su questo è tranquillo, è preso da altre cose.
Ricordo il rumore del bus, l'andamento, un ragazzo appoggiato alla sbarra per reggersi con le cuffiette nelle orecchie. E nulla più.
Con me questa volta c'è anche mio fratello che è particolarmente silenzioso e taciturno.
Saliamo su un bus che ci condurrà alla nostra meta, non colgo bene se si tratta di un viaggio di piacere o un viaggio di avanscoperta per ragioni di lavoro.
L'autobus si ferma, aspetto che Ali chieda informazioni all'autista su quale sia la nostra fermata, ma lei attende, mi lascia passare e dato che io sono sempre più intimorita mi sprona apertamente e mi invita con tono in realtà abbastanza imperativo a farmi avanti e a chiedere informazioni io stessa.
Mi sento ferita, sono impacciata, timorosa, ma poi sento che i due uomini parlano in realtà italiano, sono indubbiamente del sud Italia. Mi sento libera allora di chiedere informazioni ed in effetti la fermata è già la nostra.
Entro in una villa strana, saliamo al secondo piano, il pavimento in legno scricchiola sotto i nostri piedi, il rumore è alquanto angosciante. Le sale sono piene di persone, anzi a guardare meglio, sono piene di donne, belle ragazze, giovani, eleganti e anche altezzose. Mi sento molto inadeguata al luogo.
La sensazione di disagio e una conversazione con una delle ragazze più acide del mondo viene interrotta da un allarme, non un vero e proprio suono, ma come un segnale invisibile e muto che si accende nella mente di ognuno dei presenti. E' stato scoperto un cadavere proprio in una delle sale accanto a quella in cui mi trovo. Dobbiamo andarcene, scappare.
Mi ritrovo in un parcheggio enorme, pieno di auto, sterrato. Ha piovuto da poco, poggio i piedi nella fanghiglia, ma non ho tempo per preoccuparmi delle mie scarpe: devo trovare un bus per tornare indietro. C'è mio fratello con me, gli dico qualcosa forse per tranquilizzarlo, ma lui è lontano, sembra che non mi ascolti oppure è che le mie paure sono solamente mie, lui invece su questo è tranquillo, è preso da altre cose.
Ricordo il rumore del bus, l'andamento, un ragazzo appoggiato alla sbarra per reggersi con le cuffiette nelle orecchie. E nulla più.
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